Seo vs ubo: una riflessione critica sui motori di ricerca e il web moderno

Con il termine ottimizzazione per i motori di ricerca (in lingua inglese Search Engine Optimization, in acronimo SEO) si intendono tutte quelle attività volte a migliorare la scansione, l’indicizzazione e la catalogazione di un documento presente in un sito web, da parte dei crawler dei motori di ricerca. […].

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E fin qui tutto bene, è la classica definizione del complesso di operazioni di ottimizzazione dei siti per renderli più “appetibili” ai ragni dei motori di ricerca (i crawler, detti anche spider, appunto) che scansionano la rete al fine di mantenere una posizione alta nei risultati.

Ora, se è vero che un’immagine vale più di mille parole, ecco un grafico che mostra il numero di siti web esistenti, o meglio una stima piuttosto veritiera di quest’ultimo dato e che serve come introduzione per questa riflessione:

numero siti web mondiali 2019
Ecco il numero totale dei siti web presenti sul web dalla sua invenzione al 2019 (Fonte: statista.com)

Forse il dato non stupisce più di tanto visto che siamo ormai abituati ai grandi numeri in genere, tuttavia una domanda forse banale sorgerà piuttosto spontanea: come orientarsi in questa sterminata distesa di informazioni ?

Ecco che viene in nostro soccorso una figura mitica, tra le più rappresentative del web: Sua Maestà il motore di ricerca, o meglio, statistiche alla mano, Sua Maestà Google

statistiche utilizzo motori di ricerca
Statistiche d’utilizzo dei motori di ricerca (Fonte: gs.statcounter.com)

Il bibliotecario (poco) imparziale

Semplificando al massimo possiamo affermare che il principale ruolo di un motore di ricerca (tralasciando il lato pubblicità e servizi ad essa correlati) è principalmente quello di scandagliare la rete ed inserire i siti web in un indice, creando poi un mastodontico catalogo sfogliabile dall’utente attraverso le query di ricerca.

Ora, lungi da me affermare che nel mondo (reale e virtuale) reale esista un bibliotecario totalmente imparziale. Non potrà mai esistere in quanto le ricerche di un utente intermediate da un bibliotecario, riguardino esse la ricerca di libri o di siti web poco importa, avranno sempre una risposta “parziale” che potrà altresì cambiare nel tempo (anche nel brevissimo periodo) pur con uno stesso bibliotecario o motore di ricerca di riferimento .

Parzialità e variabilità dipendono, nel caso di un bibliotecario del mondo reale, da una miriade di variabili quali la cultura, il livello di studio, la fretta, il livello di distrazione, la stanchezza e tante altre variabili che intervengono facendo ricordare o meno determinati libri o variando i termini che esso utilizzerà per cercare un dato libro nel catalogo a meno che il richiedente conosca il titolo preciso dell’opera che cerca.

Una situazione analoga si verifica nel caso di un motore di ricerca, in questo caso tuttavia la parzialità e la variabilità dei risultati di ricerca sono dovuti a quello che viene detto algoritmo di ricerca, ovvero l’insieme di regole a cui il “bibliotecario del web” si attiene per la ricerca sull’indice; in questo caso la variabilità dei risultati può avere una matrice che possiamo definire “dolosa” o comunque consapevole e dettata da esigenze di vario tipo, una delle più comuni è quella commerciale (mostrare prima i siti sponsorizzati) oppure quella di mostrare, ovviamente, risultati pertinenti anche se come vedremo un risultato in prima pagina non sempre sarà quello più pertinente e di qualità.

Il mantra della SEO

Tornando alla definizione inserita alla testa di questo articolo, è piuttosto evidente che chiunque operi nel settore del web, qualunque esso sia lo scopo del sito, è interessato a mantenersi nelle prime posizioni per massimizzare la possibilità che l’utente che effettua la ricerca entri in quel dato sito, e fin qui il discorso fila perfettamente e risulta quasi banale.

Tale alone di banalità si dissolve però all’aumentare di questa corsa alla SEO, vale a dire che in una parte considerevole di casi, pur non avendo dati statistici a cui riferirmi se non la mia esperienza come navigatore della rete e come “addetto ai lavori”, questa corsa si traduce a volte in situazioni quantomeno grottesche che tuttavia fanno riflettere molto:

Per andare incontro alle specifiche richieste dall’algoritmo a sovente si cerca di predisporre il sito in modo che appaia su ricerche non pertinenti e già qui si potrebbe aprire un dibattito, ma la cosa più grave è che a volte si rischia di creare un libro, o meglio un sito web con una copertina finemente miniata e riccamente decorata, una rilegatura resistentissima (leggasi una perfetta configurazione lato server e/o nella parte non visibile ai più, il cosiddetto back-end) ma con un gravissimi difetti: un intero volume con pagine colme di banalità oppure incomprensibili ai fruitori umani.

Content is still be king?

“Content is king” è una massima iper utilizzata in ambito marketing e più in generale nell’ambito della comunicazione che vorrebbe, com’è giusto che sia, la centralità del contenuto, ma siamo sicuri che sia ancora valida nell’ambito del web?

Qualche riga sopra ho parlato di copertine bellissime e pagine piene di banalità: con questa “tipologia” mi riferisco ai siti web costruiti in modo assolutamente ineccepibile nel lato “non visibile” ma anche gradevolissimi da un punto di vista grafico e ben costruiti secondo i principi SEO, ma con contenuti che non sempre possono essere definiti di qualità, o meglio non nel senso comune del termine:

L’evoluzione degli algoritmi, coadiuvati nel loro lavoro da intelligenze artificiali sempre più avanzate danno in verità sempre maggior peso alla qualità dei contenuti, ma sorge qui un grande dilemma: Qualità per le AI che “leggono” e “guardano” o per gli umani che fruiscono un contenuto?

SEO vs UBO

Sarà un impeto d’orgoglio, siete liberi di giudicare la mia affermazione come stupida o sbagliata, ma mi sento di affermare che un’intelligenza artificiale, per quanto evoluta, non raggiungerà mai la complessità della mente umana, per un semplice motivo: non possiede quel qualcosa Che ci contraddistingue, non so se chiamarlo spirito o anima, non possiede sentimenti.

Un’intelligenza artificiale è già in grado di creare testi, musiche, opere d’arte, ritratti ma anche siti web e altri oggetti materiali e non che fino a qualche decennio addietro erano espressioni esclusive dell’intelletto umano, tuttavia tutti questi oggetti non arriveranno mai a possedere quel valore aggiunto di cui si parlava nel precedente paragrafo.

Forse rimarrete delusi nel sapere che al termine di tutta questa riflessione vi lascerò non già una risposta ma bensì una domanda che riguarda in questo caso l’ambito di internet in quanto elemento che ormai ci permea, tuttavia si tratta di una questione che probabilmente può essere adattata a svariati ambiti della vita moderna:

Perchè continuare a costruire contenuti per il web in un’ottica SEO ottimizzati per le AI e gli algoritmi quando potremo invece costruirli in un’ottica che usando un anglicismo possiamo definire UBO (Uman Brain Optimization), caricando quegli stessi contenuti con quel valore aggiunto che è fortunatamente un’esclusiva dell’essere umano?

Ovviamente qualcuno potrebbe obiettare che occorre adattarsi (o sottomettersi?) alle logiche della SEO per farsi scovare nella pantalassa della rete interne, scordandosi che esistono altri mezzi di comunicazione oppure che anche ad un mezzo come internet può essere applicata la sempre valida (ed efficace!) tecnica del passaparola, o per usare l’ennesimo anglicismo, il potere del Word of Mouth e non si tratta di un concetto nato nel marketing come erroneamente si potrebbe credere, il potere della parola è molto più arcaico e radicato nella natura sociale dell’uomo.

Post Scriptum: forse, paradossalmente, la costruzione di questo articolo ed alcuni dei termini utilizzati potrebbero aiutarlo nella “scalata alle posizioni” sui motori di ricerca, ma credetemi, ho costruito questo articolo in un’ottica genuinamente UBO.

Spero di trovare nei commenti ulteriori spunti di riflessione e critiche a questa riflessione.

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